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Ieri un amico mi ha cercato chiedendomi qualche consiglio per affrontare un discorso pubblico di fronte ad una platea ampia. La sua preoccupazione principale era l’ansia. Gli ho risposto proponendogli alcuni consigli che potrebbero essere utili anche a te quando ti trovi ad affrontare una situazione simile.
L’ansia è una normale componente dell’attività pubblica: qualsiasi persona che salga su un podio o su un palco per parlare o recitare di fronte ad altri ce l’ha.
E meno male, perchè l’ansia è fondamentale: è come un campanello che ti ricorda che stai per fare qualcosa di importante: se non ce l’avessi non daresti a quell’azione la giusta importanza e magari faresti una pessima figura.
Un’altra cosa da non dimenticare è che l’ansia ce l’hanno tutti: un amico attore mi raccontava di un suo anziano ed affermato collega (non rivelo il nome, ma molto probabilmente lo conosci): calcava le scene da cinquant’anni eppure prima di salire sul palcoscenico era tanto agitato che per calmarsi doveva bere un “cicchetto” di whisky.
Ora io non ti consiglio di fare altrettanto, anzi te lo sconsiglio.
Ma ci sono quattro elementi che ti possono aiutare a superare l’ansia e a fare un’ottima impressione (a te stesso e agli altri):
da Linkiesta, 15 maggio 2011
Il nostro Gianluca Giansante l’aveva vista giusta in un post sul suo blog del 7 aprile intitolato “Strategia da rivedere per la campagna di Letizia Moratti”. Ora qui riprende le sue tesi spiegando perché la Moratti ha sbagliato campagna. Tentare di risollevare la propria popolarità con una campagna di comunicazione last minute è un’operazione veramente difficile, dice Giansante. Ed è esattamente quello ha fatto Letizia Moratti con la sua svolta rock, con Red Ronnie che la segue con la telecamera e lei che balla il waka waka. Ma la comunicazione, sottolinea, non può risolvere come una bacchetta magica problemi sedimentati nel corso degli anni.
Si fa seguire da un Red Ronnie armato di telecamera per commentare gli avvenimenti politici con tono intimista. Balla il waka waka (guarda il video) in diretta televisiva su Canale 5. Sfoggia uno smalto dark al confronto televisivo su Sky con il suo avversario. Stiamo parlando, ovviamente, di Letizia Moratti, il sindaco uscente di Milano che ha voluto imprimere alla sua campagna un tono rock-giovanilista e molto accentrato sulla sua figura.
Se la scelta di smarcarsi dall’immagine della sciura milanese con completi color confetto e borse dai toni pastello può essere considerata interessante non altrettanto lo è quella di personalizzare spiccatamente il confronto.
Fin dalle prime mosse della campagna, infatti, la strategia del sindaco è stata evidente: puntare a migliorare la propria immagine attirando in maniera diretta l’attenzione su di sé e sul proprio operato.
Come si fa a costruire consenso intorno a una proposta politica, a un leader, a un partito? Come si fa a creare un messaggio comprensibile, convincente e che non si dimentica?
A queste domande risponde il mio Le parole sono importanti. I politici italiani alla prova della comunicazione edito da Carocci e, da oggi, in libreria.
Il libro svela le tecniche di comunicazione impiegate dai principali protagonisti della politica italiana – da Di Pietro a Vendola, da Casini a Grillo.
Il testo sfata alcuni luoghi comuni, come l’idea che il linguaggio della Lega sia rozzo e spontaneo o che le barzellette del Cavaliere siano la mera espressione del carattere ridanciano del personaggio. O, infine – il più radicato di tutti, diffuso soprattutto nel centrosinistra – l’idea che per convincere le persone sia sufficiente dire “le cose come stanno”.
Dove lo puoi trovare? Nelle librerie e nei negozi on line (per esempio su Amazon, Ibs, Feltrinelli, Fnac e, ovviamente, sul sito dell’editore, Carocci).
In sintesi:
Le parole sono importanti. I politici italiani alla prova della comunicazione.
Gianluca Giansante
Carocci editore
172 pagg., 15 euro
Le accuse giudiziarie – e anche la sola notizia di un avviso di garanzia – possono rovinare una carriera, una campagna elettorale, un successo politico annunciato.
I media possono, però, essere usati anche per difendersi con efficacia e trasformare le accuse in un punto di forza. Le strategie di comunicazione adottate costituiscono, in questo senso, un elemento decisivo.
Atteggiamenti diversi possono, infatti, generare una risposta completamente diversa da parte dell’opinione pubblica.
In questi casi un passo falso può costare caro. Richard Nixon lo imparò a proprie spese, come ho raccontato in un articolo sul Riformista di cui riporto un breve passaggio:
Spesso i cartelloni elettorali (specie dei partiti di centrosinistra) infrangono tutte le regole possibili della comunicazione: affastellano parole scritte con caratteri minuscoli, sono privi di un messaggio chiaro, sono anonimi e praticamente passano inosservati.
Questa volta invece, proprio il Pd produce un manifesto interessante ed efficace: poche parole, un messaggio comprensibile e un’immagine che rafforza il concetto e cattura l’attenzione.
Unico neo: il riferimento al “processo breve”, un’etichetta linguistica che sarebbe bene. Nei prossimi giorni ti spiego il perché, intanto se vuoi un indizio puoi leggere questo mio articolo.
Gli elettori di centrosinistra sono più delusi di quelli di centrodestra. Lo rivela un sondaggio Ipsos commissionato dalla trasmissione Ballarò, che ha chiesto agli elettori se – di fronte alla scelta di voto del 2008 – si senta soddisfatto o deluso.
Molti penserebbero istantaneamente che gli elettori di Berlusconi siano molto scontentie perfino pentii. Non è così o almeno non è questa la lettura principale del risultato. Sono infatti gli elettori di centrosinistra i meno soddisfatti.
«Ci sono studi che dimostrano che l’ottantacinque per cento dei messaggi convogliati dagli adulti ai bambini sono negativi – “no”, “smettila”, “non fare”». Lo spiega Gretchen Rubin nel suo “Progetto Felicità”.
Spesso, però, avvertenze di questo genere non sortiscono nessun effetto, se non far disperare il genitore inascoltato.
L’autrice suggerisce, per questa ragione, di parlare in positivo. «Invece di dire “No, non prima di aver finito di pranzare”, cerco di dire “Sì, appena avremo finito di pranzare”».
Si tratta di un’ottima abitudine, non solo per parlare con i bambini, ma anche con gli adulti. Perchè?
Perchè il cervello umano non conosce la negazione. Se diciamo a qualcuno “smettila di arrabbiarti” avremo comunque evocato, a livello inconscio, lo schema mentale dell’arrabbiatura e faciliteremo – anzichè – dissuaderla, proprio questa reazione.
È una buona norma da tenere a mente, non solo nella vita quotidiana, ma anche sul lavoro – e in politica (dove violare questa regola può costare caro).
dal mio blog su Linkiesta
È iniziata da qualche giorno la corsa di Letizia Moratti per le elezioni comunali a Milano. L’elemento più evidente, per i milanesi, è la serie di affissioni che ha conquistato strade, piazze e sotterranei della metropolitana.
Il claim scelto “Letizia Moratti sindaco di Milano” è l’elemento comune che viene declinato su sei temi diversi: sicurezza, pulizia della città, verde, qualità della vita, trasporti e famiglia.
La foto del sindaco in diversi contesti domina la scena, accompagnata da un headline distinto per ciascun tema: “Stiamo lavorando per una Milano sempre più sicura/pulita/verde etc.”.
Le foto ritraggono il sindaco sorridente e circondato da altre persone (vigili urbani, bambini, operatori della nettezza urbana, anche in questo caso in linea con ciascun messaggio tematico).
Si tratta di una scelta condivisibile. Notoriamente, infatti, la folla è sinonimo di gradimento e partecipazione secondo un meccanismo della comunicazione politica, già noto ai tempi di Quinto Tullio Cicerone, che raccomandava al più noto fratello di non uscire mai senza i propri “accompagnatori”, il cui ruolo era proprio quello di aumentare la “popolarità” del candidato (en passant, se vi capita ditelo a chi ha realizzato i manifesti di Bersani).
Tuttavia la scelta di puntare sul personalismo lascia a desiderare e sembra un tipico esempio di una strategia del tipo “chiudiamo la stalla quando i buoi sono scappati”.
La popolarità del sindaco, è infatti a livelli preoccupanti. Gli strateghi della campagna devono aver pensato che non ci poteva essere idea migliore di una bella serie di manifesti con l’immagine del candidato. Detto in altre parole, hanno cercato di rimediare all’ultimo minuto a un problema di immagine che si è sedimentato nel corso degli anni.
Questa strategia non fa i conti, però, con i meccanismi di decodifica di chi guarda quei messaggi. Far cambiare idea alle persone, infatti, è molto difficile, secondo alcuni perfino impossibile (almeno con una campagna di affissioni). Più facile è rinforzare le opinioni di quanti sono già d’accordo con una certa idea.
Applicato al caso concreto: sarebbe stato più utile puntare a rinsaldare alcuni punti forti dell’immagine dell’amministrazione Moratti.
Invece si è scelto di puntare proprio sul punto debole – la figura di Letizia Moratti – aumentando la salienza di questo elemento nella mente dei cittadini e quindi facendo un favore all’avversario, che beneficia proprio del suo essere non-Moratti.
La scelta del tono delle foto, peraltro, contribuisce negativamente al messaggio: lo stile edulcorato e le immagini evidentemente “posate” contribuiscono a rafforzare la parvenza di artificialità della campagna. E l’aspetto “finto” delle immagini si trasferisce dalle foto al candidato.
Ciò detto la rielezione della Moratti non dovrebbe essere a rischio, a meno di clamorosi sviluppi (e grazie soprattutto alla forza della Lega), la vittoria dovrebbe essere certa. Ma a livello di allocazione delle risorse – ovvero di scelta su come spendere il denaro destinato alla campagna – la prima mossa degli strateghi di casa Moratti non sembra la soluzione migliore.
Ps. Non tutti sarebbero d’accordo col dire che la vittoria di Letizia Moratti è certa, su questo punto segnalo un interessante articolo di Giovanni Cocconi su Europa.
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Ha suscitato una catena di polemiche un recente cartellone elettorale della Lega per le elezioni amministrative.
Il manifesto, che stato già usato per le regionali dello scorso anno, raffigura alcune persone in fila per ottenere un servizio pubblico (casa, sanità e scuola, come suggerisce una scritta in evidenza): un asiatico, un rom, un africano e un arabo. Solo in fondo c’è un vecchietto italiano, con l’aria bonaria e l’espressione interrogativa.
L’immagine è accompagnata dalla domanda: “Indovina chi è ultimo?”, che contribuisce a chiarire il messaggio e a suscitare partecipazione in chi guarda.
Il partito di Bossi ha posto sin dagli esordi una grande attenzione sul manifesto, la forma di comunicazione politica più immediata ed efficace, perché capace di arrivare a tutti, anche a chi (e sono tanti) non legge i giornali né segue le notizie in televisione.
La scelta di un fumetto è utile a catturare l’attenzione: i tradizionali manifesti del tipo “foto del politico + slogan”, infatti, sono ormai logori e passano quasi inosservati.





