Strategia da rivedere per la campagna di Letizia Moratti

dal mio blog su Linkiesta

È iniziata da qualche giorno la corsa di Letizia Moratti per le elezioni comunali a Milano. L’elemento più evidente, per i milanesi, è la serie di affissioni che ha conquistato strade, piazze e sotterranei della metropolitana.

Il claim scelto “Letizia Moratti sindaco di Milano” è l’elemento comune che viene declinato su sei temi diversi: sicurezza, pulizia della città, verde, qualità della vita, trasporti e famiglia.

La foto del sindaco in diversi contesti domina la scena, accompagnata da un headline distinto per ciascun tema: “Stiamo lavorando per una Milano sempre più sicura/pulita/verde etc.”.

Le foto ritraggono il sindaco sorridente e circondato da altre persone (vigili urbani, bambini, operatori della nettezza urbana, anche in questo caso in linea con ciascun messaggio tematico).

Si tratta di una scelta condivisibile. Notoriamente, infatti, la folla è sinonimo di gradimento e partecipazione secondo un meccanismo della comunicazione politica, già noto ai tempi di Quinto Tullio Cicerone, che raccomandava al più noto fratello di non uscire mai senza i propri “accompagnatori”, il cui ruolo era proprio quello di aumentare la “popolarità” del candidato (en passant, se vi capita ditelo a chi ha realizzato i manifesti di Bersani).

Tuttavia la scelta di puntare sul personalismo lascia a desiderare e sembra un tipico esempio di una strategia del tipo “chiudiamo la stalla quando i buoi sono scappati”.

La popolarità del sindaco, è infatti a livelli preoccupanti. Gli strateghi della campagna devono aver pensato che non ci poteva essere idea migliore di una bella serie di manifesti con l’immagine del candidato. Detto in altre parole, hanno cercato di rimediare all’ultimo minuto a un problema di immagine che si è sedimentato nel corso degli anni.

Questa strategia non fa i conti, però, con i meccanismi di decodifica di chi guarda quei messaggi. Far cambiare idea alle persone, infatti, è molto difficile, secondo alcuni perfino impossibile (almeno con una campagna di affissioni). Più facile è rinforzare le opinioni di quanti sono già d’accordo con una certa idea.

Applicato al caso concreto: sarebbe stato più utile puntare a rinsaldare alcuni punti forti dell’immagine dell’amministrazione Moratti.

Invece si è scelto di puntare proprio sul punto debole – la figura di Letizia Moratti – aumentando la salienza di questo elemento nella mente dei cittadini e quindi facendo un favore all’avversario, che beneficia proprio del suo essere non-Moratti.

La scelta del tono delle foto, peraltro, contribuisce negativamente al messaggio: lo stile edulcorato e le immagini evidentemente “posate” contribuiscono a rafforzare la parvenza di artificialità della campagna. E l’aspetto “finto” delle immagini si trasferisce dalle foto al candidato.

Ciò detto la rielezione della Moratti non dovrebbe essere a rischio, a meno di clamorosi sviluppi (e grazie soprattutto alla forza della Lega), la vittoria dovrebbe essere certa. Ma a livello di allocazione delle risorse – ovvero di scelta su come spendere il denaro destinato alla campagna – la prima mossa degli strateghi di casa Moratti non sembra la soluzione migliore.

Ps. Non tutti sarebbero d’accordo col dire che la vittoria di Letizia Moratti è certa, su questo punto segnalo un interessante articolo di Giovanni Cocconi su Europa.

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Tutti a scuola di manifesto dalla Lega

Ha suscitato una catena di polemiche un recente cartellone elettorale della Lega per le elezioni amministrative.

Il manifesto, che stato già usato per le regionali dello scorso anno, raffigura alcune persone in fila per ottenere un servizio pubblico (casa, sanità e scuola, come suggerisce una scritta in evidenza): un asiatico, un rom, un africano e un arabo. Solo in fondo c’è un vecchietto italiano, con l’aria bonaria e l’espressione interrogativa.

L’immagine è accompagnata dalla domanda: “Indovina chi è ultimo?”, che contribuisce a chiarire il messaggio e a suscitare partecipazione in chi guarda.

Il partito di Bossi ha posto sin dagli esordi una grande attenzione sul manifesto, la forma di comunicazione politica più immediata ed efficace, perché capace di arrivare a tutti, anche a chi (e sono tanti) non legge i giornali né segue le notizie in televisione.

La scelta di un fumetto è utile a catturare l’attenzione: i tradizionali manifesti del tipo “foto del politico + slogan”, infatti, sono ormai logori e passano quasi inosservati.

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Street marketing, quando la pubblicità esce dalla pagina

Siamo abituati a vede annunci pubblicitari in televisione, sui giornali, nei cartelloni stradali e sulle pensiline degli autobus.

Siamo meno abituati a vedere l’annuncio uscire dai luoghi abituali del circuito mediatico per occupare spazi nuovi e insoliti. È questa la prima ragione del successo dello street marketing, una forma di comunicazione particolarmente efficace proprio perché riesce a rompere gli schemi della consuetudine e catturare l’attenzione.

Lo street marketing colpisce, stupisce e fa parlare di sé. La sua diversità permette all’annuncio di essere notato, di venire ricordato e magari di diventare oggetto di passaparola da parte delle persone che lo hanno visto, moltiplicando così l’effetto sul pubblico.

Ma stupire non basta: lo street marketing deve essere capace anche di esaltare i valori del prodotto e quindi aumentare le vendite oppure di favorire la diffusione dell’idea centrale di una campagna istituzionale.

Ci sono casi particolarmente efficaci dell’utilizzo di questa tecnica che vale la pena guardare, potrebbero darti lo spunto per la tua prossima campagna.

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Il mio intervento a Pisa

Come aumentare l’efficacia della tua comunicazione? Come produrre un messaggio che venga ascoltato, ricordato e che sia capace di convincere chi ti ascolta? Ne ho parlato a Pisa alla scuola politica dei giovani democratici.

Nell’intervento fornisco tre strumenti utili che puoi usare da subito per rendere memorabili i tuoi discorsi, le tue campagne, i tuoi manifesti.

Lo faccio con esempi concreti mostrando casi di comunicazione particolarmente efficace.

Come la celebre foto che ritrae Margaret Thatcher durante la campagna del 1979.

Mostra la candidata repubblicana con due borse della spesa in mano, entrambe riempite spendendo una sterlina. Solo che una rappresentava la spesa del 1974, l’altra, molto più magra (a destra nella foto), con quella del 1979.

La Thatcher voleva mostrare così gli effetti dell’inflazione, causata – sosteneva – da cinque anni di governo laburista. In questo modo riusciva a rendere concreto un tema astratto e di difficile comprensione, mostrandone le ripercussioni sulla vita quotidiana delle persone.

Qui puoi guardare il video del mio intervento.

Le slide che ho proiettato, invece, le trovi qui.


Chi sostiene il nucleare vada a scuola di comunicazione

Chi sostiene il ritorno all’atomo usa argomentazioni logiche e razionali ma spesso non riesce a farsi capire. La causa sta nella cosiddetta “maledizione della conoscenza” e la soluzione nel racconto di storie, aneddoti, esempi

Pubblicato su Linkiesta il 15 marzo 2011

nucleareLe notizie che arrivano dal Sol Levante e gli allarmi di cui i media ci informano senza sosta costituiscono un forte elemento di convinzione contro il ritorno a questa scelta.La vicenda giapponese e l’approssimarsi del referendum riportano in auge la questione del nucleare, facendo crescere le azioni di chi si oppone al ritorno all’atomo.

Chi sostiene la scelta nucleare ribatte con una serie di tesi non prive di fondamento: la “sicurezza degli approvvigionamenti”, per esempio, oppure il “costo dell’energia” o – ancora – l’impossibilità di far fronte alle richieste al “fabbisogno energetico” affidandosi semplicemente alle rinnovabili.

Tuttavia queste spiegazioni, di ordine squisitamente razionale, non riescono a far breccia nel pubblico italiano.

Perché?

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Un’immagine vale più di mille parole/2

Mi sono già soffermato sull’importanza delle immagini nella comunicazione (politica) in questo post, nel quale sottolineo la capacità delle foto di semplificare i concetti e veicolare un messaggio con maggiore efficacia e immediatezza.

La conferenza stampa di presentazione della riforma sulla giustizia ce ne fornisce un esempio interessante.

L’immagine che riportiamo è stata (prevedibilmente) utilizzata a corredo della notizia da alcuni dei principali quotidiani italiani.

È particolarmente efficace perché sintetizza in maniera evidente la supposta disparità fra accusa e difesa che caratterizzerebbe – secondo il presidente del consiglio – il sistema giudiziario italiano.

Mostra con altrettanta evidenza quale sarebbe l’effetto della riforma, un riequilibrio dei piatti della bilancia, dunque un effetto quanto mai auspicabile, almeno in linea di principio.

In questo modo anche il lettore distratto e frettoloso (ovvero la maggior parte delle persone che sfogliano i giornali) può comprendere le ragioni per cui la riforma sarebbe necessaria e l’obiettivo che si propone chi la promuove.

Non possiamo dimenticare, inoltre, un ulteriore elemento che attrae l’attenzione di chi guarda: la benda sul volto, simbolo visivo che riporta al gesto di violenza di cui Berlusconi è stato vittima lo scorso dicembre e dunque metafora della campagna di odio di cui sarebbero responsabili, secondo il premier, l’opposizione, la c.d. magistratura rossa e la stampa di sinistra.

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“Come” dire qualcosa di (centro)sinistra

La mia presentazione al seminario di formazione politica “Le parole e le cose dei democratici” che si è svolto a Pisa lo scorso 5 marzo.

Il mio intervento si inseriva nella sessione “Le figure e le forme dei democratici dopo il Novecento. Che cosa possiamo e dobbiamo ‘dire di sinistra’ nell’epoca della rete?”

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Ne ho discusso insieme a Giuseppe Civati (consigliere regionale PD Lombardia), Francesco Verducci (vice responsabile vicario del dipartimento Cultura e informazione del Pd), Adriano Fabris (professore di Filosofia Morale e di Etica della Comunicazione – Università di Pisa), Mario Rodriguez (professore di Comunicazione Politica – Università di Padova). A moderare c’era Giorgio Malet (segretario del Circolo GD “Giovane Europa” della Scuola Normale Superiore e della Scuola Superiore “Sant’Anna” di Pisa).

P.S. Voglio ringraziare il mio amico David Ragazzoni, che mi ha invitato e che insieme ad altri giovani ha organizzato un’iniziativa davvero interessante.


Berlusconi, tranquillo nei toni, ma pronto alla battaglia

Dalla prima pagina de Il Riformista (13 dicembre 2010)

Accorto e pacato in apparenza, ma pronto alla competizione elettorale, possiamo riassumere così il senso dell’intervento di Berlusconi in Senato.

Il tono del discorso è mellifluo e sobrio, Berlusconi preferisce leggere il proprio intervento: una scelta piuttosto inusuale per un politico che è solito parlare “a braccio” anche nelle occasioni ufficiali.

La scelta si spiega con la delicatezza del momento: una sola parola oltre le righe avrebbe potuto compromettere l’obiettivo dichiarato dell’intervento, convincere qualche peone dell’opposizione a non votare la sfiducia.

Tuttavia l’analisi del linguaggio non verbale di Berlusconi ci rivela qualcosa di diverso, soprattutto se paragonata all’intervento pronunciato in occasione del voto di fiducia del 29 settembre. Continua a leggere…


L’umorismo di Berlusconi è una cosa seria

Un libro raccoglie le barzellette del Cavaliere

«Proprio l’altro giorno Prodi stava facendo jogging sulla spiaggia di Gaza. È inciampato in un oggetto duro, l’ha sollevato e l’ha pulito: era la lampada di Aladino. È uscito il fantasma che gli ha detto: ‘Padrone, dimmi un desiderio, che io realizzerò subito’. Prodi ha detto: ‘Facciamo fare la pace a israeliani e palestinesi’. Ma il genio gli ha detto: ‘No, guardi sono in guerra da troppi anni. Me ne dica un altro’. Allora Prodi si è grattato la pera: ‘Be’ vorrei diventare intelligente come Berlusconi… quasi come Berlusconi’ e il fantasma gli ha detto: ‘Va bene, padrone, torniamo al primo desiderio’».

È una delle storielle contenute in “Il Re che ride. Tutte le barzellette raccontate da Silvio Berlusconi”, un compendio dell’umorismo berlusconiano curato da Simone Barillari (Marsilio, pp. 207, euro 13,50).

Le barzellette di Berlusconi non vanno considerate come semplici battute o uscite da archiviare come espressioni del carattere bizzarro e ridanciano del personaggio. L’umorismo gioca un ruolo più sottile.

Già Cicerone nel De Oratore raccomandava l’utilizzo dell’ironia nel discorso, sostenendo che l’oratore che usa in modo efficace il registro comico crea un rapporto di sintonia con l’uditorio: in parte perché il buonumore procura benevolenza verso chi lo ha suscitato, in parte perché si ammira la sua acutezza.

L’utilizzo dello humor in Berlusconi non gioca però un ruolo meramente decorativo del discorso ma si inserisce in un progetto strategico.

Lo stesso Berlusconi ne rivendica l’uso consapevole in una frase riportata nella quarta di copertina del libro: «Io non racconto barzellette e disistimo chi lo fa. Io uso delle storielle per scolpire dei concetti».

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Le parole della politica

Arriva in libreria Le parole della politica. Protagonisti, linguaggi e narrazioni nell’Italia del 2008. Il testo, a cura di Michele Prospero e Christian Ruggiero, analizza la campagna elettorale del 2008 con un taglio accademico, ponendo una particolare attenzione agli interventi nei talk-show televisivi e restituendo la specificità comunicativa dei cinque candidati premier.
Il volume ospita, tra gli altri, un mio saggio sulla comunicazione politica di Berlusconi. Si intitola Morfologia di una campagna. La strategia elettorale di Berlusconi in tv.

Così viene presentato il libro, sul sito dell’editore: «Due leit-motiv della politica italiana della Seconda Repubblica trovano un’inedita molteplicità di sfumature nelle elezioni politiche del 2008: la centralità della televisione elettorale e il continuo riferimento al nuovo. Ma al di là della retorica della “bella campagna”, le urne hanno sancito la vittoria di chi, dentro e fuori la Tv, ha saputo costruire la narrazione più convincente».

Vai al sito dell’editore