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da Il Riformista, 29 luglio 2009
Da qualche giorno campeggia sui muri di Roma un nuovo manifesto del Partito Democratico, non l’avevo veramente notato fino a quando un amico* non me ne ha parlato, per criticarlo.
La scritta “La manovra è sbagliata” si staglia in bianco su sfondo arancione, mentre una grande macchia (o quella che mi sembrava una macchia) occupa la parte centrale del cartellone.
Vengo informato che si tratta del simbolo che rappresenta il QR Code, che sul sito del Pd viene così presentato: “non si tratta di un cambio di simbolo del Pd né di un errore di stampa, ma del QR Code, l’erede del codice a barre”.
“Il codice QR – prosegue la nota – può essere letto da un qualunque cellulare collegato a Internet, e permette di approfondire online l’argomento trattato a partire da un manifesto, volantino, inserzione e da tutte le forme di comunicazione tradizionale”. In pratica l’utente punta il cellulare verso il manifesto, si collega alla Rete e può così ottenere automaticamente maggiori informazioni.
Il manifesto con il QR code è un esempio del modello di comunicazione del Pd: aristocratico, presuntuoso e ideologico. Se le parole possono sembrare forti è bene capire che non sottintendono un giudizio di valore ma una constatazione di alcuni elementi. Vediamo quali.
Nella cosiddetta “Seconda Repubblica” i cattolici praticanti italiani hanno sempre avuto un orientamento politico sbilanciato verso il centrodestra rispetto all’elettorato complessivo.
In occasione delle elezioni Politiche del 2008 si è avuto un ulteriore spostamento del baricentro politico dei praticanti in direzione del polo destro.
Da allora il ritardo del centrosinistra è rimasto attorno ai 15 punti percentuali, sia sul piano nazionale che nell’aggregato delle 13 regioni dove si sono tenute le elezioni regionali quest’anno. Andamento che ha trovato una riconferma alle elezioni del 28 e 29 marzo.
Sono i risultati di un’analisi di SWG presentata nel corso del seminario “I Cattolici e il voto nelle elezioni regionali” organizzato da “Cristiano Sociali News”.
L’Italia dei valori di Antonio Di Pietro ha triplicato in un pochi anni i propri consensi. Dal 2 per cento delle regionali del 2004 al 4 delle politiche 2008 all’8 delle ultime europee.
Il Partito Democratico, invece, lo sappiamo, arranca a tutti i livelli, sia a quello nazionale sia a quello locale, che tradizionalmente costituiva il baluardo del centrosinistra.
La ragione di questa diverso risultato elettorale può essere spiegata (anche) con un diverso comportamento comunicativo.
La risposta alla manovra finanziaria è un esempio eloquente.
Il Partito Democratico si affida prima a una conferenza stampa con il vicesegretario Enrico Letta, poi al commento di Bersani.
Il Pd si concentra sulla critica alla manovra di Berlusconi e solo in seconda battuta propone i propri punti.
È evidente l’utilizzo di termini tecnici, poco comprensibili per il cittadino medio: “allentamento del patto di stabilità”, “modulo di riforma fiscale”, “capitali scudati” sono parole e concetti ostici per milioni di cittadini italiani.
“La Gelmini è una rompicoglioni”. Fa discutere l’affermazione del segretario Bersani nel corso della recente assemblea del Pd. Un’uscita sopra le righe o il tentativo di cambiare rotta nella comunicazione del partito? Se nel primo caso possiamo chiudere un occhio, nel secondo c’è da stare attenti (e preoccuparsi)
Pubblicato su Lo Spazio della Politica
“La Gelmini è una rompicoglioni”. Così i giornali di ieri sintetizzano la critica rivolta dal segretario del Pd Bersani al ministro dell’istruzione, nel corso della recente assemblea del partito.
Per dovere di cronaca e per correttezza, ci sembra corretto riportare la frase per intero:
Io sono per fare uscire da questa assemblea una figura eroica, i veri eroi moderni, gli insegnanti che inseguono il disagio sociale in periferia, lottano contro la dispersione mentre la Gelmini gli rompe i coglioni.
Se si tratta di un’espressione sfuggita al segretario nell’impeto retorico, si può ampiamente soprassedere, vista la portata del linguaggio politico contemporaneo, dove gli attributi maschili e femminili sembrano avere più diritto di cittadinanza dei discorsi sui diritti e sullo sviluppo economico.
Ma se, come ipotizza Maria Teresa Meli in un articolo sul Corriere, si trattasse di una scelta consapevole, c’è da rabbrividire. Si tratterebbe, secondo la Meli, del tentativo di mettere in atto una nuova strategia comunicativa:
“Empires of the Mind. Metaphors and strategic discourse in Italian politics” è il titolo della presentazione che terrò ad Amsterdam nell’ambito di RaAM8, l’ottava conferenza internazionale su Researching and Applying Metaphor, in programma dal 30 giugno al 1 luglio.
Il lavoro analizza l’uso strategico della metafora nel discorso politico durante la campagna elettorale del 2008, che ha condotto alla vittoria del centrodestra di Berlusconi.
Il confronto fra gli stili comunicativi dei due principali candidati, Berlusconi e Veltroni, rivela una diversa attitudine nei confronti della comunicazione politica.
I risultati saranno discussi alla luce delle più recenti evoluzioni degli studi sull’efficacia del discorso politico, tenendo in speciale considerazione l’approccio linguistico-cognitivo di George Lakoff e gli studi sugli aspetti emotivi della persuasione di Drew Westen. Qui puoi leggere l’abstract completo.
La conferenza è particolarmente interessante perché affianca a un approccio accademico una serie di sessioni di carattere pratico, dedicate all’utilizzo della metafora come strumento per la persuasione nei contesti politici, istituzionali e aziendali.
Quale fra i due cerchi centrali arancioni è più grande?
Se la formulazione della domanda non inducesse a guardare meglio e a credere di trovarsi di fronte a un trabocchetto, la risposta sarebbe sicura, quello di destra.
Invece hanno le stesse dimensioni, sono identici, nonostante quello di destra appaia all’occhio umano decisamente più grande.
Si tratta del più celebre esempio di illusione ottica, l’illusione di Ebbinghaus, dal nome dello psicologo tedesco che ne scoprì l’esistenza.
Per essere più precisi si tratta di un’illusione cognitiva, dovuta all’interpretazione che il cervello dà delle immagini: la distanza e la grandezza dei cerchi circostanti influenzano la nostra percezione di quelli centrali.
È un esempio classico per illustrare il punto di vista della psicologia della Gestalt, il cui contributo principale alla conoscenza sta nell’aver individuato le basi del comportamento umano non nella realtà in sé bensì nella percezione della realtà.
Tale filone di studio ha avuto il merito di individuare alcune regole di organizzazione dei dati che influenzano la percezione, il cui principio generale viene riassunto comunemente con la frase “l’insieme è più della somma delle sue parti”.
Come nel caso dei cerchi di Ebbinghaus non è l’effettiva dimensione dei cerchi a determinare la percezione che ne abbiamo ma la loro interazione con gli elementi circostanti.
Queste considerazioni sono particolarmente utili anche per spiegare il comportamento politico.
Un esempio è la recente proposta del ministro Calderoli di tagliare del cinque per cento gli stipendi di parlamentari e ministri.
Chiaramente si tratta di una misura simbolica, il risparmio, secondo quanto scrivono Rizzo e Stella sul Corriere della Sera di ieri, sarebbe di soli 4milioni e 800mila euro. “Una briciola rispetto ai costi del Palazzo” come sintetizzano i due editorialisti.
Eppure non c’è da stupirsi che la proposta ottenga un enorme consenso da parte dei cittadini. Secondo un sondaggio on line su corriere.it (che di certo non ha valore statistico, ma può fornire qualche indizio), sarebbe “una buona idea” per l’88% dei partecipanti (dato su 1000 casi).
Nel momento in cui milioni di italiani, già segnati dalla crisi, sono chiamati a ulteriori sacrifici, è lecito che si aspettino che i politici, con i loro lauti stipendi, facciano altrettanto. Lo ritengono sebbene siano consapevoli che si tratti di una goccia nel mare.
Il Pd tuttavia sembra non cogliere la portata del provvedimento e persiste nel portare avanti una linea politica “razionale”.
È esemplificativo il commento della capogruppo al Senato Anna Finocchiaro rispetto alla proposta di Calderoli, “se vogliono fare propaganda lascino perdere, non è il momento di buttar fumo negli occhi degli italiani. Tagliare gli stipendi a mille parlamentari non risolve i problemi”.
Da un punto di vista logico si tratta di una dichiarazione ineccepibile, eppure non si può dimenticare che la politica non è il territorio della logica, come notò chiaramente Murray Edelman, il quale con i suoi studi sugli usi simbolici della politica diede un contributo di primo piano al tema della costruzione del consenso.
Il caso della proposta Calderoli è l’ennesimo esempio di un atteggiamento del Partito Democratico che, concentrandosi sull’aspetto razionale della politica, dimentica il suo valore simbolico ed emotivo, altrettanto – e forse ancor più – necessario per ottenere il consenso dei cittadini.
Post scriptum: tornando al nostro esempio iniziale, se i cerchi arancioni rappresentassero le due coalizioni e chiedessimo ai cittadini di scegliere il migliore – cioè il più grande – quale credete che otterrebbe la maggioranza, quello di destra o quello di sinistra?
È partita la campagna per il tesseramento per il 2010: sotto lo slogan “Democratici per costituzione” hanno fatto la loro comparsa per le strade delle città italiane i nuovi manifesti del Partito Democratico.
Lavoro, salute, istruzione, ambiente e pari opportunità sono i temi al centro della campagna.
Ciascuno viene sviluppato con un claim che riecheggia i corrispondenti articoli della Costituzione (vedi slide in fondo all’articolo).
“Il Partito Democratico è fondato sul lavoro”, si può leggere su uno dei cartelloni, con una frase che fa chiaramente riferimento all’articolo uno.
La campagna porta felicemente a compimento l’obiettivo dichiarato di fare del Pd, “il partito della Costituzione e della nuova unità nazionale”, come dichiara il segretario Bersani sulla pagina internet dedicata al tesseramento.
Le allusioni agli articoli creano infatti una chiara associazione fra il Pd e il testo costituzionale.
Tuttavia la campagna rispecchia in maniera piuttosto evidente la difficoltà comunicativa che contraddistingue il Pd, sempre legato a temi astratti, a parole-simbolo, e dunque poco efficace.
Pubblicato su Italianieuropei. Anno X n. 2 (2010), pp. 67-76
Mentre la sinistra ha pagato lo scotto della sua incapacità a formulare una narrazione e un’identità nuove, Berlusconi ha saputo, anche grazie a un imponente controllo della TV, costruire e adeguare il linguaggio alla scena politica e culturale del paese, con un’efficace comunicazione di simboli e valori che ne hanno accentuato i tratti edonistici e individualisti.
Oggi, per la sinistra la sfida può giocarsi nell’ambito dell’elaborazione di una cultura politica che riscopra il valore del cittadino come persona e le sue aspettative, ma anche attraverso la presenza sul territorio e una maggiore attenzione alle nuove forme di comunicazione.
“Lanciamo Zingaretti”. Deve essere stata questa una delle decisioni della recente riunione della Direzione nazionale del Pd. Non sarà infatti un caso che l’amministratore democratico ha fatto la propria comparsa alla settimanale puntata di Ballarò.
Il presidente della provincia di Roma rappresenta infatti una delle carte che il Pd potrebbe giocare alle elezioni del 2013, al momento fra le più accreditate.
Deve però superare un piccolo ostacolo: se a Roma e nel Lazio Zingaretti gode di buona reputazione e altrettanto buona stampa, al di fuori dei confini regionali (e della ristretta cerchia dei “drogati della politica”) la sua faccia è pressoché sconosciuta e il suo nome più facilmente associato a quello del fratello “Montalbano”.
E allora largo alla partecipazione alle trasmissioni elettorali, per farlo conoscere e rilanciare l’immagine di un Pd che in qualche angolo del paese governa ancora e ottiene consenso.
da Italianieuropei n.3/2009
Il discorso sulla crisi economica è stato uno dei pilastri della campagna di Berlusconi nel 2008. Un’analisi della strategia elettorale ne svela le ragioni dell’efficacia, mette in luce le carenze del campo democratico e permette di avanzare una proposta per recuperare un rapporto più profondo fra cittadini e politica riformista.


