da Il Riformista, 11 agosto 2010

Non passa giorno in Italia senza che qualche opinionista più o meno titolato non ripeta in televisione o sulla carta stampata l’originale tesi secondo la quale nel nostro paese il merito non viene valorizzato, con il tradizionale corollario che recita «per potersi affermare onestamente bisogna andare all’estero».

Si tratta di un convincimento largamente condiviso dall’opinione pubblica, che tuttavia non rappresenta una novità: contiene infatti una serie di (pre)giudizi che affondano le radici in profondità nella storia delle idee del nostro Paese.

Il più interessante è quello che dipinge l’Italia come il paese della “spintarella”, contrapposto al “Regno del Merito”, che si estenderebbe fuori dai confini nazionali. Da una parte l’Italia, dove imperano la raccomandazione e il “familismo amorale”, per usare una fortunata espressione coniata da Edward Banfield. Dall’altra, l’estero, entità indistinta che mette insieme Stati Uniti e Spagna, Gran Bretagna e Francia, solo per citare qualcuna delle mète più amate dai “cervelli in fuga”.

Sebbene sia largamente condivisa, tale credenza si fonda su una sostanziale deformazione della realtà. Cominciamo dal principio. Chiunque abbia avuto la ventura di vivere esperienze professionali o di studio in altri paesi può testimoniarlo; il passaggio di consegne all’interno della famiglia Bush nella presidenza degli Stati Uniti – ipotetica roccaforte della meritocrazia – ne costituisce un exemplum: le conoscenze,  le amicizie, le parentele, giocano un ruolo non irrilevante anche fuori dal nostro Paese.

Oltre che falsata, l’opinione che il merito sia valorizzato solo fuori dall’Italia, è anche dannosa. Tanti, influenzati da questa credenza, decidono di andare davvero “all’estero”, abbandonano la nave prima di salpare, pensando di poter raggiungere altrove quello che in Italia sarebbe loro negato.

In questo senso è una credenza dannosa, perché spinge i migliori, i più motivati, i più capaci, a lasciare il Paese. È un chiaro esempio di quella che Merton definisce “profezia che si autoavvera”: un giudizio che, per il solo fatto di essere ritenuto vero, alla fine si realizza, confermando la propria veridicità.

Un esempio celebre, che chiarisce il funzionamento di questo meccanismo, lo fornisce lo stesso Merton e riguarda il caso nel quale un insieme di risparmiatori, temendo il crollo finanziario di una banca, si rechi in tutta fretta a ritirare i propri risparmi. Fino a quel momento la banca era un istituto solido e garantito, ma quando i risparmiatori agiscono come se il fallimento fosse davvero imminente, recandosi in massa a ritirare i propri depositi, fanno in modo che le loro aspettative diventino reali e la banca fallisca davvero.

Tornando al nostro caso, comprendiamo dunque perché tale credenza sia dannosa, perché spinge molti – spesso i migliori – a lasciare il Paese; è pericolosa tuttavia anche per chi in Italia sceglie di rimanere, perché costituisce un pensiero negativo, del tipo di quello che la tradizione del coaching motivazionale chiama “depotenziante”.

È tale perché non spinge all’azione bensì all’inazione. Le forze migliori vengono spese nella ricerca di amicizie altolocate; l’impegno e il sacrificio vengono disprezzati, «tanto non serve a niente essere bravi». La promozione di una credenza del genere favorisce la crescita di individui ripiegati su sé stessi, alla ricerca di facili scorciatoie e auto indulgenti, incapaci di giudicare i propri errori perché attribuiscono i propri fallimenti al “sistema”, alla società, al «sai come vanno le cose».

Queste affermazioni non intendono sostenere che non ci sia una questione legata alla valorizzazione del merito nel nostro Paese, né auspichiamo che si perda la capacità di indignarsi di fronte alle ingiustizie e ai soprusi.

Quello che intendiamo sostenere è che parlarne non contribuisce alla soluzione, anzi aggrava il problema. I termini della questione sono piuttosto chiari, fin troppo, anche ai più giovani, e continuare a riproporli non fa che acuirne i sintomi.

L’invito, a chi si occupa di formazione, alla classe dirigente, ai protagonisti del discorso pubblico, è di impegnarsi per animare la discussione non sul problema bensì sulle sue soluzioni. A dirigere la propria attenzione non su quello che non funziona bensì su proposte che possano contribuire a valorizzare le capacità, le esperienze e le qualità della parte migliore di questo Paese.

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